Perché La voce di Rozzano prova a educare alla comunità

Rozzano: quando la sussidiarietà genera comunità Rozzano: quando la sussidiarietà genera comunità

In una società sempre più divisa e incerta, dove, a causa di un capitalismo diventato ormai nuova religione, che ci spinge a consumare anziché creare relazioni, abbiamo fortemente bisogno di pensieri nuovi e più umani. Capaci di donare nuovi orizzonti per costruire comunità più inclusive ed accoglienti. Pensieri liberi e orientati alla verità. Perché solo la verità, che è cura e amore, ci fa veramente liberi (Gv 8,32). E anche coraggiosi di denunciare, e non legittimare, le violazioni del diritto internazionale e di chiamare genocidio una repressione costante e violenta di un popolo ingabbiato in un pezzo di terra dove giornalisti e ora anche ONG vengono tenuti a debita distanza.

Fedele proprio a questo spirito è nata La voce di Rozzano. Con l’intento di promuovere un pensiero libero, autonomo e orientato alla promozione della cultura del bene comune che, essendo di tutta la comunità, compete non solo agli amministratori, ma anche a tutte le sue dimensioni sociali, culturali e religiosi. Perché una buona comunità ha bisogno di cittadini solidali e responsabili non solo delle proprie azioni ma di quanto non fatto di buono, per pigrizia o indifferenza, per la comunità. Dove l’impegno per il bene è oltre a una scelta etica la base per disegnare insieme un futuro comune e condiviso.

Un progetto frutto anche di una passione per la Dottrina Sociale della Chiesa che prima di essere un patrimonio di principi e valori cristiani volti a costruire comunità più giuste e libere, è un appello per tutti i cristiani a vivere in pienezza la dimensione sociale della propria fede. Fede chiamata a tradurre il desiderio di comunione con Dio al servizio della propria comunità. Anche perché la Bibbia, fondamento della Dottrina Sociale della Chiesa, è anche patrimonio religioso e laico che ci insegna, nel Vangelo, nei Profeti e nella Legge, ad amare. A stare sempre dalla parte dei deboli, degli orfani e delle vedove. E a rendere Beati i poveri e i disperati giù su questa terra (Lc 6,30).

In questa cornice di riferimento, la voce di Rozzano ha iniziato a raccontare la città – in un luogo fuori dai social, dove, in un frastuono astutamente guidato e manipolato da algoritmi, si divide anziché unire. A narrarne una bellezza che non abbaglia ma commuove. Perché capace di prendersi cura, tramite diverse realtà del Terzo settore e associazioni varie impegnate in vario modo nella promozione umana e sociale, delle sue fragilità. Tema sempre al centro di vari articoli tra cui, tra i più letti, quello sui City Angels – “A Rozzano anche gli angeli si sporcano le mani”, associazione che si occupa di sicurezza e solidarietà – e quello su Area 51 del nostro Gennaro. Ormai patrimonio sociale di Rozzano.

Sempre consapevole del valore sociale del racconto. Perché raccontare il bene di una comunità non è esercizio inutile. Ma è capace di favorire desideri di solidarietà e carità. Di rendere attrattivo lo sforzo e l’impegno volto a migliorare la qualità di vita della comunità. Perché il bene diventa reale e concreto. Oggetto di fiducia. Bene per cui vale la pena spendersi. E favorire così anche il senso di appartenenza a comunità sfilacciate e sfibrate a causa di incertezze e precarietà.

Disagi sociali che sono alla radice di tanta violenza e delinquenza dei maranza di Rozzano incontrati e raccontati in un articolo “I ragazzi del 15 di Rozzano: cuori da ascoltare”. Dove si scopre, e anzi si conferma, che spesso, dietro a storie di disagio giovanile, si nascondono ragazzi generosi e vittime di ingiustizie fuori dal loro controllo. Cuori che desiderano di essere ascoltati e aiutati. Storie che smascherano quell’ideologia, ormai radicata anche all’interno delle nostre comunità, che considera il successo e la ricchezza. oltre che fortemente desiderabili, una giusta ricompensa ai propri meriti. Con un tragico rovescio della medaglia: il fallimento sociale visto come conseguenza di colpe e responsabilità personali. Un alibi per giustificare diseguaglianze di ogni tipo e trovare ragioni per legittimare moralmente povertà e sofferenze. Causate spesso da emarginazione e degrado sociale. A cui la politica è chiamata ad assumersi la sua parte di responsabilità.

Proprio per questo ho tenuto sempre acceso i riflettori del racconto sulla politica cittadina. Da esercitarsi sempre di più con uno metodo non solo di co-progettazione ma anche di co-programmazione. Aspetto in parte mancato, e visto le tempistiche strette potrebbe anche starci, nelle due grandi avventure cittadine dell’ultimo anno: il decreto Caivano Bis e la candidatura di Rozzano a capitale della cultura italiana 2028.

Come del resto tante sentenze della cassazione hanno ben spiegato – famosa è la sentenza 131 del 2020 che invita le istituzioni a co-partecipare, insieme con il mondo del Terzo Settore, non solo alla realizzazione dei progetti ma anche alla definizione delle priorità cittadine.  Perché il bene di una comunità, essendo comune e condiviso, va governato soprattutto insieme alle realtà del Terzo Settore. Con la politica, che non perde le sue responsabilità, a guida e coordinazione di lavori e discussioni. Un approccio in grado generare quella che ormai manca alle nostra società: partecipazione e responsabilità. Filo conduttore intrecciato e presente sempre nei miei articoli come in questo:  https://www.lavocedirozzano.it/rozzano-e-la-comunita-2/caivano-bis-rozzano-un-modello-su-cui-riflettere/.

E rimanendo in ambito politico, al di là della cronaca dei fatti, per la quale ci sono tante testate giornalistiche ad occuparsene, cercare di trascendere sempre la notizia per invitare a una maggiore e più profonda riflessione. Per giudicare meglio, anche da un’azione amministrativa, la visione politica dei nostri governanti ed essere maggiormente consapevoli dei rischi e dei pericoli nascosti dietro ogni azione amministrativa. E così denunciare. Non per distruggere, ma per invitare a una politica più rispettosa dei diritti di chi soprattutto non ha voce. Come ho cercato di fare nei seguenti articoli Taser: A Rozzano purtroppo c’è  e Videosorveglianza a Rozzano: rischi ed opportunità per la città. E prendendo anche le difese dei minimarket, custodi di una economia di prossimità ormai purtroppo in estinzione, da ideologie securitarie che rischiano più che migliorare la sicurezza di discriminare ed emarginare ancora di più: https://www.lavocedirozzano.it/rozzano-e-la-comunita-2/rozzano-regole-piu-severe-per-i-minimarket-ma-non-solo/.

Tutto questo senza mai dimenticare, per la loro funzione sociale, il mondo dello sport. Perché capace di educare alla collaborazione e alla cooperazione. Di favorire il senso di appartenenza e d’identità. Di creare comunità più accoglienti e tolleranti. A patto di evitare l’ossessione del risultato che, anziché includere ed unire, rischia di sfiduciare i ragazzi alimentando rabbia, frustrazione e divisione. E questo, anche a scapito di rinunciare al successo e alla vittoria, è il miglior risultato che un allenatore possa raggiungere e forse sognare. E Marco dell’USSA questo concetto l’ha ben capito e messo in pratica. Come raccontato in quest’articolo: https://www.lavocedirozzano.it/valorizzare-rozzano/ussa-open-a-quando-il-calcio-diventa-un-giubileo-di-speranza/.

Per finire al modo religioso sempre attivo nella nostra comunità non solo con proposte sociali ed educative, come il progetto  Non Solo Compiti della pastorale giovanile della Comunità Pastorale discepoli di Emmaus, ma anche con iniziative di grande spessore culturale e anche politico come quelle che si terranno in questa settimana dedicata all’educazione: https://www.lavocedirozzano.it/rozzano-e-la-comunita-2/a-rozzano-la-cultura-si-fa-comunita/.

Questa è la voce di Rozzano che il 31 gennaio, insieme a altri  41 cittadini, dal Sindaco fino a rappresentati di diverse realtà sociali, sportive e religiose della città, sarà impegnata a raccontare Rozzano tramite la condivisione di pensieri ed idee su diversi tematiche sociali e culturali. Un laboratorio cittadino per provare non solo a immaginare un futuro più buono ma anche per tentare di costruire insieme una narrazione diversa e realistica della nostra città. Perché Rozzano non è solo città pericolosa ma è anche e soprattutto in grado di amare e progettare.

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