La fede in Cristo è una corda alla quale di generazione in generazione ci aggrappiamo per fiducia non solo verso coloro che ce la trasmettono ma anche e soprattutto verso gli Evangelisti che hanno raccontato in un Vangelo, non potendolo tacere, quanto hanno visto e ascoltato (At 4,20), E così la corda è cresciuta anche perché altri, chiamati ad annunciare proprio quel Vangelo, si sono a loro volta aggrappati trasformandola in una rete per pescare non pesci ma uomini (Lc 5,10). Una rete diventata Chiesa capace di amare gratuitamente perché gratuitamente ha ricevuto (Mt 10,8). E di sostenere e accompagnare la vita di persone grazie a uomini e donne che hanno scelto per vocazione di essere nodi di quella rete. Come Don Roberto che, dopo nove anni di servizio come responsabile della Comunità Discepoli di Emmaus di Rozzano, lascia a partire da settembre il suo incarico per far spazio a Don Carlo Confaloniere, parroco della parrocchia San Giovanni Battista di Sesto San Giovanni, per accogliere l’invito dell’Arcivescovo Mario Delpini di continuare il suo servizio presso la comunità pastorale Pentecoste di Cesano Maderno. Tutto questo per obbedienza. Ma anche per fede e per fiducia a una Parola che richiede radicalità.
Come quella avuta da Don Roberto, sia in tante omelie che in un costante sostegno ad iniziative di raccolta fondi, verso il dramma del popolo palestinese che continua ancora oggi a provocare dolore, morte e distruzione. E il suo grido di porre fine alla violenza, non solo fisica ma anche verbale, è spesso risuonato in tutta la città. Con il cuore sempre vicino alle vittime di ogni ingiustizia e con un atteggiamento determinato contro ogni tipo di prepotenza causata da potenti o, come spesso succede a Rozzano, da gruppi di giovani facinorosi. Giovani definiti da Don Roberto, durante un incontro politico – uno dei tanti in cui con uno spirito super partes ha sempre partecipato volentieri, ricevendone poi spesso ingiuste critiche – “orfani di affetto e segnati dalla fragilità della paura”. Isolati per assenza di luoghi di ascolto. E per intercettare questo bisogno, si è prodigato, coinvolgendo la comunità di Sant’Ambrogio, dopo la riapertura degli spazi oratoriali dalla chiusura causata dal Covid, ad utilizzare l’oratorio di Sant’Ambrogio anche come luogo di ascolto e incontro di giovani disadattati. Un tentativo poco riuscito, ma comunque segno della sua speciale attenzione al mondo dei disagi giovanili. Animato sempre dalla volontà di costruire luoghi aperti e accoglienti.

Luoghi non protettivi ma inclusivi e soprattutto plurali. Perché, come sempre sostenuto da Don Roberto, e ribadito in tante circostanze, l’unità nella diversità – una sua vera e proprio frase distintiva – è oltre ad essere una ricchezza è anche l’orizzonte verso cui orientare sguardi ed azioni. Un criterio di discernimento per giudicare e comprendere la realtà. Una direzione ampiamente seguita nella formazione del Consiglio Pastorale dove è stata sua particolare premura avere al suo interno sempre delle rappresentanze di tutta la comunità di Rozzano. Perché nessuno va escluso. Così tutti sono stati sempre rappresentati: dal mondo dell’associazionismo sociale e civile a quelli della chiesa delle genti; dal mondo giovanile fino a quello educativo passando per gli anziani. Aspetto anche profetico soprattutto per la nostra classe politica non capace di avere all’interno del nostro consiglio pastorale nessun rappresentante del mondo arabo: comunità ampia e vera e propria ricchezza per il tessuto sociale, economico e civile della nostra città.
Ricchezze culturali che a Rozzano grazie a Don Roberto sono state custodite e anche valorizzate. Come nel rifacimento del tetto della Chiesa di Sant’Ambrogio: un progetto a lui molto caro affrontato, visto il disastroso fallimento del vecchio progetto di espansione della Chiesa di Sant’Ambrogio con il suo strascico di amarezza e delusione lasciate tra la gente del quartiere, con un misto di timore e preoccupazione. Ma, stupendo tanti, nel pieno rispetto dei tempi, con il sostegno della comunità e con un contributo importante dell’8% mille della Chiesa di Milano, si è riuscito a realizzare un progetto di circa 400.000 euro. E forse grazie a questo restauro, la Chiesa di Sant’Ambrogio è stata selezionata e inserita ufficialmente in un prestigioso circuito nazionale: le Giornate FAI di Primavera (curate dal Fondo per l’Ambiente Italiano), nel quale la chiesa durante delle aperture straordinarie apre le porte a visitatori e turisti con percorsi guidati dedicati. Facendo diventare quel sogno, troppo temerario e ambizioso, di diventare capitale della cultura italiana 2028, possibile almeno per un giorno.
Tutto questo perché Don Roberto sa anche sognare. E lo ha fatto anche tutte quelle volte in cui ha sostenuto e incoraggiato, spesso con coraggio e a volte con un po’ di preoccupazione, i progetti della Pastorale Giovanile che, guidati dall’intraprendenza di Don Luigi, hanno cercato di dare un volto nuovo e profetico alla Chiesa di Rozzano. Andando oltre il buon senso e la prudenza per scegliere la via dello stupore e della meraviglia. La via della fragile bellezza e degli apertivi teologici: spazi culturali di immenso valore per una comunità che cerca di riscattarsi anche grazie alla cultura. Esperienze che forse hanno un po’ cambiato Don Roberto. Perché evangelizzare significa anche avere, come fece Gesù con la donna Siro Fenicia (Mc 7,24), il coraggio di farsi cambiare.
Progetti – Non solo Compiti, la settimana della cultura e il progetto Gancio da Dio – che hanno fatto balenare una possibile via su cui la Chiesa di oggi, dopo ormai il tramonto della cristianità, può continuare il suo cammino. Perché una storia cristiana forse sta finendo, ma non è la fine. E un’altra può iniziare su una strada sociale e anche Politica. Interpretata però nel suo significato più profondo, ovvero come impegno e servizio orientato al bene comune della comunità. Come del resto è stato anche fatto, nonostante tante polemiche sollevate, con la proposta informativa referendaria organizzata presso l’oratorio Sant’Angelo. In una cornice dove è emersa anche una chiesa in grado di collaborare attivamente, per il bene della comunità, con l’amministrazione comunale di turno a prescindere dalla sua appartenenza politica. E la giunta comunale al gran completo all’ultima celebrazione della messa del Patrono della città è un segno eloquente di questo importante rapporto di fiducia e riconoscimento reciproci.

In questo contesto, l’impegno sociale di Don Roberto si è declinato anche in altre e varie modalità. Non solo nel soddisfare i bisogni di tanti che in forte difficoltà ogni sera andavano a bussare alla sua porta, ma anche nel promuovere e favorire in ogni modo lo sforzo della Caritas Cittadina che, con il lavoro di Don Tommaso e non dimentichiamoci anche di Don Quirino, prezioso per la mia vita personale, è ormai diventata un importante presidio sociale e culturale, insieme naturalmente a tante altre realtà, contro le tante nuove povertà di oggi. Ruolo sociale della Caritas che oltre a essere di tipo caritativo è anche formativo. Perché, e su questo Don Roberto ha insistito tanto all’interno del Consiglio Pastorale, ha come missione quella di formare e sensibilizzare le coscienze laiche della nostra città sul valore e sulla necessità di una carità che, oltre a essere un importante sostegno economico, è segno di una volontà orientata a costruire e curare legami e relazioni. A creare comunità, quello che la semplice carità non può e non potrà mai fare.
Da buon pastore Don Roberto si è preso cura delle proprie pecore – come con gli anziani della residenza Gli Oleandri dove si è recato tutti i mercoledì a portare soprattutto calore e affetto umano – custodendole ma soprattutto valorizzandole. Dove ognuno, ben preparato, sarà come il suo maestro (Lc 6,40). Principio poi diventato quella della sussidiarietà e inserito anche nella nostra costituzione (articolo 118). Con il quale Don Roberto ha potuto far crescere la comunità perché ne ha favorito, dalla famiglia missionaria ai tanti laici impegnati nel consiglio pastorale, nei coordinamenti di ogni parrocchia e nei vari servizi pastorali, partecipazione e corresponsabilità. Grazie ai quali la comunità pastorale, tra le tante difficoltà e anche incomprensioni, che sempre ci saranno, ha maturato una identità più comunitaria. E soprattutto più aperta alla città. Come anche testimoniato da un dialogo sempre costante con la comunità ortodossa di Rozzano, con la nuova chiesa evangelica Veritas e soprattutto con la grande comunità musulmana con la quale si deve dialogare per il bene di Rozzano ancora di più.
Con questo spirito aperto e comunitario siamo pronti ad accogliere a Don Carlo Confalonieri per continuare il cammino di una comunità che è anche quella di una città che vuole scrollarsi di dosso quell’immagine di luogo violento e degradato per far emergere il suo spirito più profondo e reale. Quello di una città non da cantare e ammirare ma capace di amare e curare. Una città sociale. Perché sa pensare e impegnarsi per costruire insieme il bene comune. Il bene di Rozzano.
E così aspettando Don Carlo a settembre, la città con riconoscenza e affetto ringrazia il nostro amico Don Roberto.