Rozzano: Maria e Samuele, una storia di luce e fede che parla a tutta la città

Samuele con i suoi genitori Maria e Giovanni Samuele con i suoi genitori Maria e Giovanni

I grandi profeti biblici sono uomini capaci di annunciare un mondo più buono e diverso. Di vedere la ricostruzione tra le macerie e la speranza tra la disperazione. Forse perché, fedeli a una voce ascoltata nel profondo della loro coscienza, guardano il mondo con gli occhi di una luce più chiara e luminosa. Capace di vedere laghi e sorgenti d’acqua dove gli altri vedono solo deserti e zone aride (Is 41,18). E così riescono a donarci ragioni e parole diverse per andare avanti nonostante dei medici, subito dopo la nascita di un bambino, ci parlano di prospettive difficili e tremende. Ma incapaci però di non silenziare quella voce dell’anima che spinge, nonostante la verità della ragione, ad andare avanti per un’altra verità più vera e profonda. Una misteriosa verità che porta tanti uomini e donne a non avere paura del fallimento.

Come sperimentato da Maria, una nostra amica di Rozzano, che, come tante altre mamme nella stessa situazione, grazie anche alla presenza del marito Giovanni, non ha esitato ad accogliere nella sua vita Samuele. Scoprendo così che quella storia, prospettata dai medici, era solo ferma al dolore del Sabato Santo. Perché, non tenendo conto della Resurrezione della domenica, non conosceva la gioia di una vita risorta. Una gioia più vera perché vero era anche stato il dolore del calvario causato dalle notizie apprese dai medici riguardo al futuro di Samuele. Un futuro scomodo diventato, nonostante le difficoltà della disabilità di Samuele, presente accogliente. Anche grazie al calore e alla prossimità sperimentata all’interno del movimento Fede e Luce.

Un movimento internazionale di piccole comunità formate da circa 30 persone – bambini, adolescenti e adulti con fragilità, con famiglie e amici – che, incontrandosi una volta al mese, nel caso di Maria e Samuele presso il centro della parrocchia Maria Madre di Gratosoglio, tessono legami di amicizia. E nella diversità di abilità sperimentano la bellezza della fragilità. Perché capace di creare legami di vera fraternità e di trasformare le disabilità dei ragazzi come Samuele in opportunità di solidarietà. In grado di raccogliere quel cestello trascinato dalle correnti del fiume della vita, all’interno del quale Maria, come condiviso nel nostro incontro, spesso, costretta come la mamma di Mosè (Es 2,3), si immaginava di abbondonare il suo Samuele. Ma grazie soprattutto agli incontri estivi di Fede e Luce, quel cestello, come Mosè con la figlia del Faraone (Es 2,4), è riuscito a trovare accoglienza ed affetto. E a generare così un’altra storia di salvezza.

Samuele con una comunità di Fede e Luce a Viterbo
Samuele con una comunità di Fede e Luce a Viterbo

Proprio negli Incontri estivi di Fede e Luce, come quello di Viterbo dello scorso anno, o quello organizzato quest’anno con gli ADO di Gratosoglio, Samuele ha potuto sperimentare, per le prima volta nella sua vita, la gioia di una vacanza lontano dalla mamma. Grazie alla responsabilità e libertà di ragazzi di altre comunità a cui Samuele è stato affidato. Imparando, sempre per la prima volta in vita sua, a chiamare amici quelli che fino a quel momento erano sempre stati educatori. Sperimentando anche qualcosa in più della semplice amicizia. Ovvero la bellezza dell’agape. Perché l’amicizia vive di reciprocità, mentre l’agape, quella sperimentata da Samuele e Maria, si nutre solo di gratuità. Ovvero è un dare senza nessuna pretesa di ricevere. Ma la ricezione alla fine c’è stata. Non solo nelle testimonianze profonde degli amici di Samuele, “partiti intimoriti e alla fine tornati più grandi”, ma anche nella sincera gratitudine e commozione percepite dalle parole di Maria.

Comunità di Fede e Luce di Gratosoglio
Comunità di Fede e Luce di Gratosoglio

Perché grazie a questa esperienza Samuele ha sperimentato i benefici di un approccio alla disabilità che passa da una cultura della cura e dell’assistenza a uno basato sulla promozione dell’autonomia e della partecipazione. Sicuramente più efficace nel rispondere al desiderio umano di fiorire in pienezza. Permettendo così alle mamme di custodirne lo stupore nel segreto del loro cuore (Lc 2,19). E di alimentare sogni. Come quello avuto da Maria e realizzato dal presidente Marco Paolini dell’USSA di Rozzano di formare nel lontano 2016 una squadra sportiva di baskin per partecipare ai tornei organizzati dal CSI di Milano.

Samuele con il Gruppo Baskin dell'USSA di Rozzano
Samuele e Maria con il Gruppo Baskin dell’USSA di Rozzano

Uno sport inclusivo perché permette a persone con e senza disabilità, abbattendo barriere sportive, di partecipare alla pari a partite di basket. Tramite un regolamento egualitario, che non divide ma unisce giocatori differenti attraverso un sistema di cinque ruoli funzionali e canestri laterali aggiuntivi. Dove i numeri più bassi dei ruoli – Ruolo 1 (Giocatore pivot con gravi disabilità) e Ruolo 2 (Giocatore pivot con disabilità motorie o mentali medie) – localizzati all’interno di aree protette possono tirare esclusivamente nei canestri speciali posizionati sui lati lunghi del campo; mentre i numeri più alti dei ruoli – Ruolo 3 (Giocatore con limitazioni motorie o mentali lievi), Ruolo 4 (Giocatore con disabilità lievi o normodotato principiante) e Ruolo 5 (Giocatore normodotato o con grandi capacità cestistiche) – si muovono sul campo grande utilizzando il canestro tradizionale. In questa sinfonia di abilità differenti, l’impatto al gioco dei vari giocatori, che a differenza del basket tradizionale arrivano a sei, viene reso ugualmente efficace. E così Samuele, e tanti altri ragazzi con le stesse difficoltà motorie, riescono a realizzare il sogno, che è anche un diritto, di poter praticare uno sport. Possibilità che dal prossimo anno l’USSA sposterà dalla palestra di via Liguria alla palestra dell’oratorio di Sant’Ambrogio di Rozzano.

Per tutto questo, la storia di Maria e Samuele non è solo una testimonianza di luce tra le difficoltà spesso dure della vita, ma soprattutto un invito a creare luoghi inclusivi ed accoglienti. Perché tutti abbiamo dei talenti, e spesso non è la paura che ce li fa nascondere sottoterra (Mt 25, 25), ma la nostra incapacità di scorgerli nel cuore di chi chiamiamo diversamente abili. E se ci sforziamo, scopriamo che i primi disabili siamo proprio tutti noi quando non impediamo a chi, per problemi più grandi delle nostre virtù, non ha la possibilità di investirli. Come, grazie ai campi del baskin e alle comunità di Fede e Luce, è invece accaduto a Maria e Samuele.

Quando ciò avviene, riusciamo a scrivere finali diversi anche per le parabole di Gesù. Non per meriti personali, ma perché lo Spirito in mezzo a noi ci ha reso ancora più grandi di quelle storie e delle nostre disabilità. E anche capaci di scrivere finali più buoni e migliori.

Grazie Maria e Samuele.

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