Care cittadine e cari cittadini di Rozzano, cari fratelli e sorelle,
ci sono momenti nella vita di una città nei quali non basta reagire. Ci sono momenti nei quali occorre fermarsi, guardarci negli occhi e domandarci: che città vogliamo essere? Quale comunità vogliamo costruire? E, soprattutto, quale segno vogliamo lasciare ai nostri figli?
Nel Vangelo di Giovanni la folla domanda a Gesù: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo?»
È una domanda che sento particolarmente forte in questi giorni. Quale segno vogliamo dare noi, oggi, a Rozzano?
Il segno della paura? Della contrapposizione? Del sospetto verso chi viene da lontano? Il segno di una città che, davanti a problemi reali e seri, cerca un colpevole in base alla sua provenienza?
Oppure vogliamo dare il segno di una comunità che sa chiedere sicurezza senza rinunciare all’umanità, legalità senza discriminazione, rispetto delle regole senza trasformare lo straniero in un nemico?
Gli avvenimenti di questi giorni, le ronde, alcune manifestazioni e certe parole che rischiano di assumere il sapore di una caccia allo straniero mi interrogano profondamente, come sacerdote e come uomo che vive e ama questa città.
Comprendo la richiesta di sicurezza. Comprendo la stanchezza di chi assiste allo spaccio, al degrado, alla violenza, all’arroganza e alla mancanza di rispetto delle regole.
Una città deve essere sicura. Le leggi devono essere rispettate. Chi delinque deve rispondere delle proprie azioni.
Su questo non possono esserci ambiguità.
Ma proprio perché desideriamo davvero la legalità, dobbiamo avere il coraggio di dirci una verità altrettanto semplice:
la criminalità non ha etnia. L’illegalità non ha colore.
Il degrado non ha passaporto.
Rozzano, purtroppo, conosce da molti anni la ferita della criminalità e, in modo particolare, quella dello spaccio di droga. Non è una storia cominciata oggi. E non è una storia cominciata con l’arrivo degli stranieri.
Abbiamo conosciuto lo spaccio quando a spacciare erano italiani. Abbiamo conosciuto famiglie distrutte dalla droga quando chi la vendeva aveva un nome e un cognome italiano.
E allora dobbiamo essere coerenti.
Non possiamo pensare che quando la droga veniva spacciata dagli italiani fosse meno grave e che oggi sia diventata più grave perché, in alcuni casi, a venderla è uno straniero.
La droga era morte allora ed è morte oggi.
Lo spaccio era criminalità allora ed è criminalità oggi.
Non esiste una droga italiana e una droga straniera. Non esiste uno spacciatore migliore perché italiano e uno peggiore perché straniero.
Esiste la droga. Ed è quella che dobbiamo combattere.
Perché dietro una dose non c’è soltanto un reato. C’è spesso un ragazzo che si perde. Ci sono una madre e un padre che soffrono. Ci sono fratelli, sorelle, mogli, mariti e figli che portano sulle proprie spalle un dolore enorme.
La droga distrugge le persone e distrugge le famiglie.
E attorno alla droga crescono debiti, ricatti, sfruttamento, paura, violenza, degrado e altra criminalità.
Per questo vorrei che Rozzano avesse il coraggio di gridare un grande NO. Ma dobbiamo sapere a che cosa stiamo dicendo no.
No alla droga. No allo spaccio.
No alla criminalità. No alla violenza.
No al degrado.
Non: no allo straniero.
Perché, permettetemi di dirlo con una frase molto semplice: a me non interessa il colore della mano che vende una dose. Mi interessa che quella dose non venga venduta.
Se vogliamo difendere i nostri ragazzi, è questa la battaglia che dobbiamo combattere insieme.
E la stessa onestà dobbiamo averla quando guardiamo agli altri problemi della nostra convivenza. Nella mia esperienza di sacerdote incontro ogni giorno famiglie italiane e famiglie straniere, ragazzi italiani e ragazzi di origine straniera. E proprio questa esperienza mi impedisce di dividere il mondo troppo facilmente tra buoni e cattivi.
Nelle nostre scuole incontriamo tante famiglie straniere attente all’educazione dei propri figli, rispettose e disponibili a collaborare con insegnanti ed educatori. E incontriamo anche famiglie italiane che faticano a riconoscere il ruolo educativo della scuola, genitori che contestano un insegnante, che giustificano sempre e comunque il proprio figlio o che arrivano ad assumere comportamenti aggressivi.
Naturalmente esistono anche situazioni opposte. Ed è esattamente questo il punto.
La buona educazione non ha nazionalità. E nemmeno la maleducazione.
Guardiamo qualche volta quello che accade sui campi di calcio dei nostri bambini e dei nostri ragazzi. Adulti che urlano contro l’arbitro, insultano l’allenatore, litigano tra loro e, qualche volta, arrivano persino alle mani davanti ai propri figli.
In quei momenti non ci domandiamo da quale Paese provengano. Ci domandiamo, piuttosto, quale esempio stiano offrendo ai ragazzi.
E quando vengono rovinate le panchine, danneggiati gli spazi pubblici o i mezzi di trasporto, quando alcuni ragazzi girano la sera con i motorini senza rispetto per il riposo e la sicurezza degli altri, la domanda non può essere: «Di che nazionalità sono?»
La domanda dovrebbe essere: «Perché questi ragazzi non stanno rispettando la loro città e gli altri? E noi adulti, che cosa stiamo facendo per educarli alla responsabilità?»
Perché altrimenti rischiamo una grave ipocrisia: vedere immediatamente il male quando ha il volto dello straniero e diventare più indulgenti quando quello stesso male ha il volto di uno dei nostri.
La legalità, se è vera, non guarda il passaporto.
Non può esistere una criminalità italiana che in qualche modo tolleriamo e una criminalità straniera contro la quale improvvisamente ci indigniamo.
Il rispetto o vale per tutti, oppure non è rispetto.
La legge o vale per tutti, oppure non è giustizia.
E allora torno a una parola che sentiamo pronunciare spesso in questi giorni: libertà. Ma libertà da che cosa?
Libertà dallo straniero?
Per fare che cosa? Per mandare via lo spacciatore straniero e lasciare il posto allo spacciatore italiano?
Questa non sarebbe libertà.
Non sarebbe sicurezza sostituire una criminalità con un’altra. Non sarebbe giustizia giudicare prima il volto di una persona e soltanto dopo le sue azioni.
Io desidero un’altra libertà per Rozzano. La libertà dalla droga.
La libertà dallo spaccio.
La libertà dalla violenza.
La libertà dalla paura.
La libertà dal degrado.
La libertà dall’illegalità.
Questa è la libertà per la quale vale la pena impegnarsi insieme. E allora sì: chiediamo sicurezza. E chiediamola con forza.
Chiediamo che una madre possa camminare serenamente con suo figlio. Che un anziano non debba avere paura. Che un ragazzo possa attraversare una piazza senza incontrare qualcuno che gli offra della droga. Che un commerciante possa lavorare tranquillamente. Che le forze dell’ordine possano svolgere pienamente il loro compito. Che le nostre strade, le nostre piazze, i nostri parchi e i nostri quartieri siano luoghi nei quali tutti possano sentirsi sicuri.
Ma chiediamo sicurezza per tutti.
Dobbiamo costruire una città nella quale sicurezza, legalità, responsabilità, educazione e fraternità camminino insieme.
E forse è proprio questo il segno che oggi Rozzano può dare.
Il segno di una città che, anche quando è ferita, non sceglie l’odio.
Di una città che, anche quando ha paura, non ha bisogno di inventarsi un nemico.
Di una città capace di essere severa verso chi sbaglia senza diventare ingiusta verso chi non ha fatto nulla.
Di una città capace di chiedere il rispetto delle regole senza smettere di riconoscere nell’altro un essere umano.
E vorrei rivolgere un pensiero particolare a noi adulti. I nostri ragazzi ci stanno guardando.
Ci guardano quando parliamo nelle piazze. Ci guardano sui campi sportivi. Ci ascoltano nelle nostre case. Vedono quello che scriviamo sui social. Osservano come trattiamo chi è diverso da noi.
E allora la domanda del Vangelo torna ancora una volta:
«Quale segno tu compi?»
Quale segno stiamo dando ai nostri figli?
Se insegniamo loro che davanti a un problema bisogna trovare qualcuno da odiare, domani faranno lo stesso.
Se invece insegniamo loro che il male va riconosciuto, chiamato per nome e combattuto, ma senza trasformare un intero popolo nel colpevole, allora avremo costruito qualcosa di grande.
Io sogno una Rozzano capace di pronunciare insieme due parole che non devono mai essere nemiche: legalità e fraternità.
Una Rozzano nella quale chi sbaglia risponda delle proprie azioni, qualunque sia il suo cognome. Una Rozzano nella quale chi vive onestamente sia rispettato, qualunque sia il luogo in cui è nato. Una Rozzano che non lasci sole le famiglie.
Che accompagni i giovani.
Che sostenga la scuola e gli insegnanti.
Che valorizzi educatori, associazioni, oratori, società sportive e tutte quelle persone che, spesso senza fare rumore, ogni giorno cercano di strappare un ragazzo alla strada, alla solitudine, alla droga e alla criminalità.
Perché la sicurezza non nasce soltanto quando qualcuno viene allontanato. La sicurezza nasce anche quando qualcuno viene educato.
Nasce quando una famiglia viene sostenuta.
Nasce quando un ragazzo incontra un adulto disposto ad ascoltarlo e, quando serve, anche a dirgli di no.
Nasce quando la scuola non viene lasciata sola.
Nasce quando una panchina non è più soltanto un luogo da sorvegliare, ma torna ad essere un luogo di incontro.
Nasce quando una piazza viene abitata dalla comunità.
Nasce quando ciascuno torna a sentire che ciò che è pubblico è anche suo e, proprio per questo, va custodito.
Alla domanda del Vangelo — «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo?» — vorrei allora che la nostra città potesse rispondere così:
il segno di una comunità che non chiude gli occhi davanti al male, ma che rifiuta di combattere il male con altro male.
Non voglio una Rozzano contro qualcuno. Vorrei una Rozzano per qualcuno.
Per i nostri bambini. Per i nostri giovani. Per gli anziani.
Per le famiglie. Per chi lavora. Per chi ha paura.
Per chi indossa una divisa e ogni giorno tutela la nostra sicurezza. Per chi educa.
Per chi è nato qui.
E per chi è arrivato da lontano, vive onestamente, rispetta questa città e ormai la chiama casa. Per tutti.
Una Rozzano più sicura, certamente. Ma perché più giusta.
Più responsabile. Più educante.
Più unita.
E, permettetemi di dirlo da sacerdote, più fraterna.
E questo è il segno che, insieme, possiamo ancora scegliere di essere.
Con affetto, preoccupazione e speranza
d. Luigi